ALTA VALLE. Finis terrae: ai confini del mondo “moderno”

0
Sembra tutto diverso. È tutto diverso. Parliamo degli alti pascoli della Valle Trompia. È nel crepuscolo il momento magico. Mattutino o serale, il sole ombrato dai monti sorride alle montagne verdi e l’aria rarefatta, vellutata, profumata porta lontani suoni di campanacci, di abbaiare di cani più intelligenti dei delfini (e infatti non esistono ‘delfini da pastore’) e grida di mandriani (ops… ‘operatori agricoli’). Se ne deduce che ci sono ancora mammiferi bipedi sui monti della Valtrompia. E non sono i casuali bipedi della domenica, come noi, ma esseri in via di estinzione che quest’erba la mangiano, questi sentieri li scavano, queste malghe le nidificano.
Ci avviamo, così, casualmente, passeggiando in direzione del Goletto di Re di Campo verso una mandria di mucche appena uscite dalla stalla. Sul sentiero facciamo conoscenza con Wisky, il cane pastore che ci tiene inchiodati lì (non è, in verità, che noi abbiamo un cuor di leone) per un quarto d’ora. Possiamo arretrare, tentare di salire sul dosso alla nostra sinistra ma quando arriviamo a una trentina di metri da una qualsiasi mucca Wisky ci sorride a denti scoperti con un ringhio poco socievole. Finché arriva uno dei mandriani che ci dice di passare tranquillamente che tanto Wisky, che adesso ci annusa, “… el n’ha sa mangiàt giü prima”. Passiamo: Dosso Rotondo, Montecampione e, nella canicola afosa delle undici, torniamo. Scendiamo a piedi nudi nei pascoli pulitissimi; ci avviciniamo alla malga. Da lontano vediamo un malghese che stende il bucato. Che farà Wisky? Arriviamo alla malga e Wisky non ci degna nemmeno di uno sguardo. Non ci sono le mucche, sono sui pascoli. Facciamo conoscenza con Ruggero il mandriano, della casata dei Facchini: quarantaquattro anni, di Bovegno da venti pastore. Corporatura longilinea, soda e muscolosa, derivante da un’alimentazione essenziale e genuina e da una vita che di sedentario ha poco. Espansivo ed estroverso accetta volentieri di scambiare quattro chiacchiere con noi. Ne viene fuori questa scheda: ha 170 mucche a Goito nel mantovano dove vive (ragazzi le conosce e le chiama tutte, tutte, per nome: Falsura, Ruscia, Sissi, Stilì, Baviera, Quaia…); 130 vacche sono attualmente al pascolo sui monti di Bovegno. Le altre sono rimaste a Goito accudite dalla moglie Romina e uno dei due figli (Abramo di 18 anni) mentre l’altro figlio, il ventenne Ronni è qui in malga. Con loro c’è Beppe, di Marcheno che li aiuta. Ai tre si è aggiunto Jacopo di Bovegno che, studente della scuola agraria Pastori, sta facendo una quarantina di giorni di tirocinio. Resteranno sui monti da giugno a settembre poi torneranno a Goito. La giornata tipica? Sveglia alle cinque, colazione e mungitura. Si va quindi nel casinet a lavorare il latte. Verso le 9,30 si pranza e poi si portano le vacche sui pascoli sino alle quattro e mezza. Tornati in malga, verso le sei la seconda mungitura; cena, due parole, partitina a carte e poi a nanna verso le 10.
A che serve portare le mucche in malga? “Innanzitutto le bestie e in particolare i vitelli, si rinforzano e poi puliscono la montagna”. In effetti la regina del bosco, la beccaccia, predilige svernare nei quartieri frequentati dalle mucche: sottobosco pulito e cibo in quantità che consiste in particolare nei vermi che prolificano nella cacca di mucca.
Quanto latte danno le mucche qui in malga? “Circa 2 quintali e mezzo al giorno. Lo trattiamo tutto. Abbiamo il nostro marchio CEE e quindi possiamo portare i nostri prodotti ai negozi. D’altra parte se lo conferiamo alle aziende di trasformazione prendiamo 32 centesimi al litro…”
Il tuo lavoro sta scomparendo. Perché? “Perché i ga mia a sta…”. Frase lapidaria, tremendamente semplice e vera. Non è solamente un comprensibile ‘non conviene’: oltre al fatto economico questa frase coinvolge aspetti sociali: è una vita che ti porta verso un isolamento dai gruppi che normalmente si formano tra la popolazione stanziale di un paese e, anche se la vita del mandriano non è dura come una volta, non è che si possa considerare facile o appetibile, è evidente. E poi vi sono dei fatti contingenti: la regolamentazione sul latte e i suoi derivati in Italia è la più severa; all’estero possono usare latte in polvere (che si conserva molto più a lungo del latte pastorizzato) per ri-fare il latte o i vari latticini a scapito di chi (i mandriani italiani) seguono precise e ferree regole. Ancora una volta la chimica industriale (ovvero il guadagno facile e veloce) ha il soppravvento sui lenti processi naturali.
Ruggero taglia un pezzo di formaggio di due anni. Un superbo formaggio, un magnifico formaggio in grado di far risuscitare i morti. “Volete altro, volete bere qualcosa?” “No, no grazie…” “Guardate che in montagna quello che si ha in tasca si condivide, senza tanti complimenti”. Salutiamo Ruggero e quel figlio d’un cane di Wisky. Torniamo a valle succhiando gli ultimi pezzi di formaggio…Pensando a quegli uomini, forse gli ultimi avamposti per la salvezza dell’umanità.