AGENZIA DELLE ENTRATE. Sedi in Italia: per il Fisco contano il ciclo produttivo e i dipendenti

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di Patrizio ferraglio

Per identificare una stabile organizzazione basta individuare la presenza sul territorio nazionale dell’ufficio vendite e dei dipendenti. Non rileva, invece, l’ubicazione degli immobili all’estero. Da questa considerazione, corroborata da altri elementi di fatto, l’Agenzia delle Entrate ha ottenuto un’importante vittoria in contenzioso per un valore di 100 milioni di euro contro una società che gestisce un residence in una località balneare dell’Egitto. I giudici di secondo grado della Commissione tributaria regionale di Milano hanno, infatti, riconosciuto l’evasione delle imposte italiane da parte di una società formalmente estera che, in realtà, operava in Italia attraverso un altro soggetto. Inoltre, la Commissione ha rigettato l’appello presentato dalla società condannandola a pagare le spese della lite quantificate in 90 mila euro, da aggiungere ai 10 mila euro già liquidati a favore dell’Agenzia delle Entrate in primo grado. La totalità delle operazioni contestate si svolgeva in Italia ma i risultati venivano imputati ad un soggetto residente all’estero, così da scontare la tassazione in un Paese con sistema fiscale più favorevole. Il meccanismo è stato contestato attraverso la prova dell’esistenza di una sede fissa di affari in Italia, confermata anche dall’esame della compagine sociale dei soggetti coinvolti, dagli interrogatori dei dipendenti e dall’analisi dell’intero ciclo produttivo che risultava essersi svolto esclusivamente in Italia.

Per identificare una stabile organizzazione basta individuare la presenza sul territorio nazionale dell’ufficio vendite e dei dipendenti. Non rileva, invece, l’ubicazione degli immobili all’estero. Da questa considerazione, corroborata da altri elementi di fatto, l’Agenzia delle Entrate ha ottenuto un’importante vittoria in contenzioso per un valore di 100 milioni di euro contro una società che gestisce un residence in una località balneare dell’Egitto. I giudici di secondo grado della Commissione tributaria regionale di Milano hanno, infatti, riconosciuto l’evasione delle imposte italiane da parte di una società formalmente estera che, in realtà, operava in Italia attraverso un altro soggetto. Inoltre, la Commissione ha rigettato l’appello presentato dalla società condannandola a pagare le spese della lite quantificate in 90 mila euro, da aggiungere ai 10 mila euro già liquidati a favore dell’Agenzia delle Entrate in primo grado. La totalità delle operazioni contestate si svolgeva in Italia ma i risultati venivano imputati ad un soggetto residente all’estero, così da scontare la tassazione in un Paese con sistema fiscale più favorevole. Il meccanismo è stato contestato attraverso la prova dell’esistenza di una sede fissa di affari in Italia, confermata anche dall’esame della compagine sociale dei soggetti coinvolti, dagli interrogatori dei dipendenti e dall’analisi dell’intero ciclo produttivo che risultava essersi svolto esclusivamente in Italia.