Di prima intenzione

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di Cobrix

E’ andata male, anzi malissimo. Parlo dell’Italia ai mondiali di calcio. Tuttavia non starò qui a rivestire il ruolo di – ennesimo – commissario tecnico ma mi soffermerò su un altro aspetto, collaterale, della vicenda in questione. Mi interessano le reazioni italiche alla debacle. Prima di tutto i giornalisti. Insopportabili come sempre. Sarà che se si escludono Garanzini e Mura (che non a caso in televisione non vanno) parlare di giornalisti è già una parola grossa. In ogni caso abbiamo assistito ad un tiro al piccione contro gli sconfitti da parte di chi, solo quattro anni fa, li aveva, esagerando anche allora, chiamati eroi. Il peggio si è visto presso le stazioni televisive, per così dire, secondarie, a gittata regionale. Vagando sul satellite ho visto commentatori di tutto lo stivale rossi di bile, ululanti insulti di ogni genere, privi di pudore e di stile. I giornalisti, si diceva; quanto alla gente comune, è lo stesso. Le interviste per la strada (che andrebbero abolite per legge) hanno messo in luce branchi di frustrati e di falliti che non aspettavano altro se non  di poter espellere dal loro piccolo ego il proprio, per l’appunto, fallimento, scaricandolo sui giocatori (in psichiatria si chiama proiezione paranoica). Ma del resto dovrei stupirmi del mio – pur relativo – stupore. L’Italia è questo, un paese privo di senso di appartenenza; ma non perché emancipato libertariamente dal medesimo (sarebbe magnifico ma è decisamente troppo sofisticato) ma perché aggrovigliato nel proprio “particulare”, laddove il supporto normativo del vissuto è l’ultimo modello di telefono portatile le cui istruzioni sono l’unico testo letto negli ultimi dieci anni. E’ per questo nonchè per chiamarmi simbolicamente fuori dal massacro degli sconfitti, dei deboli, che, nel bel mezzo della caneade post Slovacchia, ho scritto al sito di Fabio Cannavaro. Per ringraziarlo, comunque, di tutto e per augurargli buona fortuna.