Lost. Le storie raccontate nelle cose non dette

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Lost si è concluso, non inaspettatamente, il 23 Maggio del 2010. Gli sceneggiatori e i produttori avevano promesso sei stagioni di serie TV, e sei stagioni di serie TV sono state. Con alti e bassi (più alti che bassi, per la verità), con una complessità narrativa che a tratti è sfociata nel virtuosismo dei particolari, in ogni caso è finita. Gli oggetti di scena sono all’asta, il progetto è concluso e così dev’essere. Nessuno, né oggi né mai (se Dio vuole) potrà riprendere il capolavoro di J. J. Abrams e dargli un seguito, o una nuova introduzione, o raccontarlo di nuovo da capo come succede oggi a franchise come Batman o Star Trek.

Lost si distingue dai prodotti convenzionali perché non parla necessariamente di quel che succede, parla di come succede. È una di quelle cose che rimane dentro perché è completamente differente da tutto il resto. Tutte e sei le serie sono un calderone di idee, più o meno astratte, paradossi scientifici, dilemmi psicologici, colpi di scena e ribaltamenti di significato, che fino all’ultimo non rendono chiaro dove sia il bene e dove sia il male, dove il giusto e dove lo sbagliato, quale sia il grande piano dietro la narrazione. Ogni particolare, ogni angolo, in Lost, è preciso, e allo stesso tempo sfumato, un continuo gioco di enigmatico chiaroscuro, che porta lo spettatore a seguire con passione, sempre un passo dietro agli autori, dove si nasconde il grande significato, dove i giochi hanno una fine.

Quando un racconto così intrigante, così misterioso e così intrecciato in tutte le sue microsfaccettature ha una fine secca e irrevocabile, è ovvio e fisiologico che ogni fan abbia delle serie rimostranze riguardo alle proprie ferite per la perdita di uno spettacolo appassionante seguito con fiducia per anni. Anche Lost non è stato da meno: quando i produttori, infatti, hanno annunciato che nell’ultima stagione avrebbero spiegato razionalmente i principali misteri del serial più famoso della TV, nessuno (almeno a mio parere) ha creduto loro: troppe cose in pentola tutte assieme per aspettarsi un chiarimento soddisfacente nello stile di Lost; come previsto, nel finale nessun grande enigma è stato sciolto, e quasi nessuna storia ha avuto una conclusione precisa e completa. L’ultimo episodio, chiamato con non troppa fantasia The End, ha scatenato un polverone mediatico su tutta la rete per via del fatto che le rivelazioni promesse dagli autori non erano arrivate. Come volevasi dimostrare i fan si sono mostrati delusissimi, pensando a ciò che Lost non aveva dato loro, e io rifletto sul loro comportamento e sulla loro scarsa riconoscenza meditando sul fatto che per quanto piacere può aver dato un racconto, è sempre l’ultimo presunto piacere che non ti dà a contare sul giudizio finale. E ciò è tremendamente ingiusto.

Insomma quando mai, recentemente, ci è capitato di essere rapiti da una storia? In quante occasioni ci è capitato ad esempio di contare le pagine che ci dividevano dall’epilogo di un libro? E qual’era, in questi precisi istanti, la nostra preoccupazione? Cosa ci teneva vivi, e attenti, con le mani sudate ad aspettare la fine? Forse il bisogno di sapere come tutti i pezzi del nostro puzzle sarebbero andati a posto, e capire dove quel pezzo minuscolo azzurro uguale agli altri sarebbe andato a piazzarsi precisamente, dentro l’immagine sulla scatola di quel cielo sereno? Forse congedarsi come una coppia infelice che non ha niente più da raccontarsi perché si è già detta tutto mille volte?

È vero, non ho ancora scritto cosa sia Lost, e non lo farò nemmeno ora. Perché non è ciò di cui voglio scrivere. Semplicemente mi han chiesto di scrivere una recensione, e io sto scrivendo una recensione. Ma non di Lost, no. Su Lost potrei scrivere libri e non avervi ancora raccontato nulla. E poi trovereste di molto meglio in internet. Volevo soffermarmi sull’opportunità che questo spettacolo mi ha dato: immaginarmi il suo significato, la sua vera realtà. È quello che ogni storia dovrebbe fare. È il motivo per cui si comprano i puzzle, e si vivono le storie d’amore più belle: per godere del dettaglio, nutrirsi di meravigliosi mondi creati dagli occhi della nostra mente, e stare con loro, vivere e gioire di essi, con qualche domanda non posta, con qualche risposta non data, con qualche porta aperta, e qualche finestra spalancata. Per dare loro aria, e dare loro spazio.

Perché sono le storie infinite che ci si porta dentro per sempre.