VALTROMPIA – L’autostrada è una chimera

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di Egidio Bonomi

Autostrada della Valtrompia sì, autostrada della Valtrompia no, la valle dei… macachi. Non mi viene in mente altro, parafrasando la famosa canzone di Elio e le Storie Tese. E guarda caso, la storia d’un collegamento a misura di 100 mila abitanti, 5 mila imprese, 17 Comuni più che tesa è distesa, atterrata, ma a differenza di Napoleone (ricordate la poesia del Manzoni “5 maggio”?) non cadde perchè non fu mai in piedi, non risorse perché non fu mai viva o morta, giacque, questo sì, perché giace tuttora nel grembo beota dell’insipienza d’una parte dei suoi abitanti, prima di tutto, dei politici a seguire, dei comitati di varia natura, alcuni con qualche ragione (superabile) altri per puro pretesto, altri per tare ideologiche. Fatto sta che l’autostrada, in quarant’anni, è vissuta d’un fiume di carte, un oceano di parole, un paio di laghi buriocratico-europei. In tanta… acqua, si continua a navigare senza mai approdare.

Il comportamento di certi trumplini visceralmente contrari all’autostrada, mi fa venire in mente quel tale che, sorpresa la moglie sul divano di casa ad amoreggiare col vicino, ha pensato bene di prendere una decisione eroica: ha venduto il divano!

Ripercorrere quarant’anni di una strada che si chiama desiderio (più desiderata del famoso tram del film con Marlon Brando) riempie di malinconia. Non più rabbia perché l’adrenalina (che non è la signora Adrena Lina) è esaurita. Per i primi decenni (dal 1969, quando per la prima volta io stesso scrissi del tunnel sotto le Poffe per avvicinare Lumezzane verso il fondo valle e la città) si chiacchierò, si parlò di strada, poi di superstrada, poi di autostrada a conferma marmorea che le parole non sono fatti. I lumezzanesi, che apparivano più impazienti e più dinamici, nel 1975 consegnarono al sindaco, Fausto Bonomi, il progetto esecutivo di galleria sotto il monte Poffe, a doppia canna, quindi illuminante, decisamente proiettata al futuro, che con quattro chilometri portava direttamente a Concesio. Gli imprenditori lumezzanesi, con l’aggiunta di Luigi Lucchini che a Lumezzane è sempre stato legato, avevano sostenuto le spese della progettazione, autostassandosi. Non solo, già che c’erano avevano ottenuto dalla BEI, la Banca Europea per gli Investimenti, il finanziamento occorrente per la realizzazione della vitale infrastruttura. Noi abbiamo finito il nostro compito – era stata la loro dichiarazione – ora tocca all’autorità politica prendere in mano progetto e finanziamento e sbrigare l’iter burocratico necessario. Il progetto è finito in qualche armadio dimenticato e non se ne fece nulla.

Arriviamo a ridosso degli Anni Novanta, ministro dei Lavori Pubblici il bresciano, amato-esecrato-imprigionato, Gianni Prandini. Con la Valtrompia ha un vecchio feeling – come dicono quelli bravi in inglese – e si dà da fare, a modo suo, si capisce, e fa predisporre un progetto di strada per la Valtrompia che, partendo dal fondovalle di Lume, doveva sboccare nella zona di Rezzato, vicino all’autostrada Serenissima. Un’idea illuminata: il mondo si svilupperà a Est (com’è avvenuto) si diceva, andiamo a est con l’arteria. Chi poi dovesse andare a ovest, direzione Milano, attraverso l’autostrada lo può fare con qualche chilometro in più. Si otteneva un alleggerimento verso ovest e lo sbocco direttamente verso le grandi vie di comunicazione. Chi furono i più accesi oppositori? I gardonesi e qualche altro trumplino che, sia perchè mai innamorati di Prandini, sia per l’imbocco a Lumezzane (una lesa maestà arterica ed… isterica), sia per altre ragioni difficilmente nobili bollarono la nuova strada col nomignolo “La Lumezzane-Mare”. Ricordo come se avessi davanti il film, un consiglio comunale in cui salì (spero faticosamente) la valle di Lume una delegazione di maestre (sì maestre elementari) di Nave e Botticino per protestare contro la nuova strada che deturpava il paesaggio. Un atteggiamento ridicolo, lacrimevole perché, ai tempi, Nave era notissima per l’aria tersa e libera da inquinamento siderurgico e Botticino, vanta montagne maestose, preservate con rabbiosa tenacia dall’estrazione del marmo. Sopra Nave la strada era visibile per un breve viadotto, a Botticino passava per le cave stesse.

Che cosa c’era sotto? I fumi ideologici del PCI che godeva del favore delle maestre in delegazione. In quel consiglio comunale i rappresentanti comunisti d’allora, votarono contro la …Lumezzane-Mare, sostenendo che bisognava andare a ovest, verso Milano. Ricordo che avvicinai il capogruppo PCI e gli profetizzai (facile previsione) che se avessimo perso questa occasione, non avremmo avuto la strada né a est, né a ovest. Così è. Per memoria si dirà che la Lumezzane-Mare, chiamiamola così e che sia finita, era lunga 27 chilometri, di cui 14 in galleria, con impatto ambientale ridotto al minimo. Il progetto era esecutivo, pronto per l’appalto ed era costato 10 miliardi di compiante lirette. Sulle indecisioni e le contrarietà si scorrevano ridenti i giorni, i mesi, qualche anno, finché arrivò “mani pulite” e non se ne fece nulla. Non spreco un aggettivo di commento. Lascio al paziente lettore trarre le conclusioni che meglio gli aggrada.

 

Veniamo agli anni in cui la “famigerata” DC ed i suoi intrallazzi (di cui nessuno era esente, tanto meno il PCI con le coop ed i finanziamenti sovietici) sono spariti (ne verranno altri, come vediamo in questi giorni) e si riprende il filo dell’autostrada. Storia recente, con progetti, fatti e misfatti, ricorsi all’Unione Europea per appalti non internazionali, ripresa dell’iter dopo interruzioni varie, la Serenissima che mette i soldi, ma non bastano, poi bastano, valutazioni plurime d’impatto ambientale, la conferenza dei Comuni interessati dove bastava che uno solo non fosse d’accordo per fermare tutto. Aggiungiamo i comitati vari, verdi, fuori corso dell’ambientalismo, facciamola in galleria, no meglio in trincea e quando Veicolede, dio delle strade, finalmente volle, tutto era pronto per l’appalto. Insignificante neo: gli espropri. La procedura prevede che vadano richiesti entro cinque anni dalla dichiarazione di pubblica utilità, avvenuta nel gennaio del 2004. Che fa Provincia? Lascia passare più dei cinque anni di legge. Distrazione, sicuro, ma se fossi stato l’assessore, oltre che l’auto-schiaffeggiamento prima della rasatura mattutitna, avrei levato di terra il funzionario o i funzionari responsabili. Così ad alcuni proprietari dei terreni da espropriare non è parso vero di ricorrere al TAR il quale, davantri all’irregolarità della procedura, non ha potuto che dichiararla nulla. Ora si pensa (almeno credo) di ripresentare al CIPE una nuova procedura di esproprio con queste conseguenze: si riaprirà una valutazione d’impatto ambientale, la cui sigla fa ironicamente “VIA”; i Comuni di Collebeato (mai così beato) e Gussago che avevano sottoscritto un accordo con la Provincia, possono rientrare in gioco davanti alla nullità dell’accordo stesso. C’è una morale? Mi viene in mente solo un lamento in dialetto: “Ah, pòer noter!”.