La festa del pane, festa del corpo del Signore

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di Effepi

La festa del Corpo del Signore conclude la prima parte dell’anno liturgico. Ci parla di quanto Gesù ha lasciato come segno del suo passaggio: un sacramento che è, insieme, memoria e presenza.

“Prese un pane, lo spezzò e disse: – prendete e mangiate questo è il mio corpo” (Mt.26,26). Oggi è la festa del pane. Il pane dell’uomo e il pane di Dio, perché nel pane il Signore realizza la sua Pasqua e la Pasqua dell’uomo. Ritengo che il pane sia l’elemento più pregnante per esprimere quell’intreccio di rapporti umani e divini in cui si è verificato l’Evento pasquale. Il pane è intimamente legato al nostro quotidiano; prendere il pane è il primo gesto della vita, il più usuale e indispensabile. E’ un richiamo alla fatica, per cui il pane è dono e conquista, frutto dell’incontro tra cielo e terra, fatica dell’uomo e fatica di Dio. L’uomo, strumento della provvidenza, ci offre il pane per la vita di ogni giorno e il pane per l’offerta nella Messa, per cui le mani dell’uomo si fanno uniche con le mani di Dio, ogni parte allora porta il sigillo della bontà e della santità. Il Vangelo profuma di pane. Vi sono due episodi significativi: nel deserto il Signore si rifiuta di trasformare le pietre in pane (ctr. Mt. 4), avrebbe tolto al pane il sapore del sudore, il sapore del sale, della fatica. Con questo gesto il Signore ci vuole dire che il suo come il nostro cammino non può essere liberato dalla fatica con la bacchetta magica. Il pane dell’uomo è legato alla sua fatica non al miracolo: -“con il sudore della tua fronte mangerai il tuo pane”- (Gn. 3,9).

“Chi non vuole lavorare neppure mangi” (2° Tess. 3,10) perché il pane faticato ci inserisce nella rete della solidarietà. Questo pane, allora, acquista un’altra valenza: diviene un pane condiviso. Questo è il senso dell’altro episodio del Vangelo: la moltiplicazione dei pochi pani (cfr. Mt. 14,17-21). Quella gente nutrita dal Signore aveva faticato per quel pane, da tre giorni seguiva il Signore per ascoltare la sua parola. Ma quando vogliono parlare, il Signore fugge; un re di così grandi possibilità poteva far comodo, ma non sarebbe stato più conquistato. Quindi un pane condiviso per divenire segno di fraternità; diversamente saremo sempre affamati del pane che mangiamo e poveri di tutti i beni che non offriamo. Diciamo: padre nostro donaci il “nostro pane quotidiano” (cfr. Mt 6,9-11; Lc 11,3) non il “mio pane”. Per avere Dio come Padre occorre condividere i doni di Dio, cancellando il volto del Padre, cancelleremo anche il volto del Figlio, e non capiremo il mistero della “Sua presenza” nel pane trasformato: -“Questo è il mio Corpo” (Mt 26,26), questo pane sono Io sempre con Voi.” Ora se con il pane mangio la fatica di molti e la fatica del Signore che si è identificato con questo pane, non dovrei sentire nessuno estraneo. Perché non è sempre così? Perché rifiuto il Signore come specchio che ritorna la mia immagine.

Ma è solo riferendoci al Signore che ognuno di noi scopre veramente chi è, come la Maddalena, che scopre d’essere la donna di tutti e di nessuno (Lc. 8,2), il centurione, l’autorità, il potere scopre di non avere né autorità né potere (Mt. 8,5) così pure Giairo, il religioso, scopre d’essere poca cosa (Mt 5,21), Zacchero scopre d’essere ladro (Lc. 19,2-7). Così anche noi senza di Lui saremo sempre povera gente e gente povera. Forse non accettiamo gli altri perché non accettiamo noi stessi. Confrontarci con Lui forse ci fa paura e cerchiamo di sfuggire a questo confronto, a questa presenza. Allora ci è più comodo e facile guardare la mano del prete più che il “pane” che ci presenta, ciò rende più facile giustificare la nostra povertà. Ma una mano povera ed inadeguata, forse anche indegna, non impoverisce quel “pane” e nulla toglie alla santità di quel “pane”. Solo se avremo una fede forte, solida, robusta, il pane dell’uomo divenuto “pane” di Dio avrà il suo sapore e la sostanza che dà vita: – io sono il pane di vita, se uno mangia questo pane vivrà per sempre” (Gv. 6,51).