ASVT. Acqua pubblica o privata? Un problema mal posto

0

di Pia Grazioli

Così il Presidente di ASVT, Diego Toscani, interviene sulle polemiche che stanno investendo il decreto Ronchi, che passato con voto di fiducia del governo con 302 si e 263 no lo scorso mese di novembre, fra le altre norme ne comprende alcune particolarmente delicate sulla privatizzazione della gestione dell’acqua.

Il complesso sistema normativo che regolamenta la gestione del servizio idrico integrato (così chiamato perché prende in considerazione l’intero ciclo delle acque, dalla fonte alla fognatura, per intenderci) prende le mosse principalmente con la Legge Galli (n.36 del 1994), in cui si introduceva il principio secondo cui tutto il costo di gestione del servizio idrico doveva essere caricato sulla bolletta (garantendo al gestore del servizio un rendimento di circa il 7% di quanto il gestore ha investito) e seguito da un unico gestore per l’intero ciclo. A questo fine furono individuati gli ATO, ovvero Ambiti territoriali ottimali, in corrispondenza dei bacini idrografici, su cui sono organizzati i servizi pubblici, in particolare quello idrico e quello dei rifiuti. Gli ATO sono individuati dalle Regioni con apposita legge e su di essi agiscono le Autorità d’Ambito, strutture dotate di personalità giuridica, che hanno il compito di organizzare, affidare e controllare la gestione del servizio. Peccato che ora il governo con il Decreto Ronchi sopprima gli ATO, e annulli tutti gli atti compiuti da questi dopo il 31 dicembre 2011. Con il decreto Ronchi le gestioni frutto di un affidamento in house cessano alla data del 31 dicembre 2010. Le società partecipate possono mantenere contratti stipulati senza gara formale fino alla scadenza nel caso in cui le amministrazioni cedano loro almeno il 40% del capitale. Diverso il discorso per quanto riguarda le società quotate che hanno tre anni in più per adeguarsi a patto che abbiano almeno il 40% di quota di partecipazione pubblica al 30 giugno 2013, quota che scende al 30% al 2015.

Il tema dell’acqua è così finito al centro di molti dibattiti, l’acqua non è un bene comune? Un diritto universale ed essenziale? Perché dobbiamo trasformarla in un bene economico o meglio in una “merce”? Perché dobbiamo affidarla a multinazionali o imprese private, che hanno come unico imperativo una gestione profittevole, per un servizio pubblico?

Queste sono le perplessità di migliaia di cittadini che vedono questa legge come un ostacolo alla democrazia, come una pura manovra economica a favore dei privati che porterà a un aumento delle tariffe senza ovviamente un miglioramento alla qualità dei servizi. A questi cittadini l’onorevole Ronchi risponde: ” L’acqua è un bene pubblico e il decreto non ne prevede la privatizzazione ma si vogliono combattere i monopoli, le distorsioni, le inefficienze con l’obiettivo di garantire ai cittadini una qualità migliore a prezzi inferiori.”

Peccato che la realtà dimostri l’opposto sia per le esperienze italiane di Acqua Latina che quelle internazionali di Cochabamba, che sottolineano come la privatizzazione porti ad un aumento del 30-40% delle tariffe. L’effetto immediato di ogni privatizzazione è infatti l’incremento delle tariffe dovuto al fatto che sui prezzi sono imputati, oltre ai costi di gestione, anche gli investimenti e la remunerazione del capitale. Secondo uno studio condotto dall’Unione Consumatori in Francia l’acqua erogata dagli enti pubblici ha una tariffa inferiore del 60% a quella dei privati.

Se poi si va a sopprimere un organo di controllo di notevole importanza per la gestione completa del sistema idrico, come l’AATO, imponendo agli enti pubblici di non essere presenti in forma maggioritaria nella società, siamo sicuri che l’acqua arrivi a casa nostra in quantità sufficiente, a una qualità superiore e a prezzo conveniente?

Il Presidente dell’Azienda di Valle, Diego Toscani, alla nostra domanda “acqua pubblica o privata?” risponde

“Il problema non sta nel quesito acqua pubblica o privata, ma nell’individuare una strada che porti a una visione d’insieme dei bacini idrici, a una perequazione delle tariffe all’interno di un bacino e alla possibilità per gli Ato di continuare nei loro investimenti per la Comunità”. Ci ricorda inoltre che l’ATO di Brescia è uno dei pochissimi ATO partiti in Italia e tuttora operativo in collaborazione con i gestori a2a (Brescia e bassa Bresciana), ASVT (ValleTrompia), GARDA 1 (Lago di Garda) e AOB2 (Brescia-Ovest), che presentano i loro progetti di investimento finalizzati a garantire un servizio di qualità al cittadino. Già l’Antitrust, all’indomani dell’approvazione del decreto Ronchi, sottolineava che si trattava di un buon provvedimento evidenziando però che il nodo fondamentale è chiarire chi sarà l’autorità che dovrà verificare e stabilire gli standard di qualità minimi essenziali e che vigilerà sulle tariffe. “Ora, laddove un’autorità c’è ed opera bene” dice Toscani “non si capisce perché debba essere soppressa. Tra l’altro l’ATO è un organo ad altissima rappresentatività, in quanto raggruppa tutti i sindaci delle comunità in esso comprese, che in questo modo possono vigilare sull’operato dei gestori, porre i paletti necessari in termini di qualità del servizio e di livello delle tariffe” «L’acqua è un bene di tutti» è uno slogan troppo facile perché in tanti possano resistere alla tentazione di cavalcarlo. “Ma è bene ricordare” dice il Presidente Toscani “che non si governa con gli slogan, e nemmeno si fa opposizione. Problemi complessi portano con se soluzioni complesse e semplificare troppo può forse servire a prendere voti ma non a risolvere i problemi”. Anzitutto due precisazioni: viene data la possibilità di cedere a operatori privati la gestione degli acquedotti, delle fognature e della depurazione, ma si conferma la natura pubblica del bene acqua; di contro si propone l’affidamento a terzi con gara della gestione. Se la norma non cambierà (o verrà abrogata dal referendum che da più parti viene proposto) dipenderà da come saranno fatte le gare, se sarà data priorità a investimenti, manutenzione e qualità del servizio anziché privilegiare le lobby delle multiutilities. Ancora una volta quindi il tema non è acqua pubblica o privata. “Io direi piuttosto: qual è la soluzione migliore per gestire l’acqua, accertato che essa è un bene pubblico? Penso sia evidente a tutti la necessità di una gestione sovra ordinata di questo bene che vada al di là degli interessi del singolo comune”. “Esistono ottimi esempi e pessimi esempi di gestione sia da parte di aziende pubbliche che private” conclude Toscani “quindi non esiste una soluzione migliore in assoluto. L’esperienza di ASVT dimostra come ci siano strade in grado di compenetrare l’interesse pubblico e l’efficienza al fine di offrire un servizio basato sui tre cardini che non mi stancherò mai di ricordare: qualità, continuità, economicità”.