Burton- Carroll. Alice nel paese delle Meraviglie

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Chi non conosce Tim Burton? Chi non ha mai visto almeno UNO di questi film: Batman (quello dell’ 89, con Batman – Keaton e Joker – Nicholson, per intenderci), Batman il Ritorno (sempre con Keaton uomo-pipistrello, questa volta contro una Pfeiffer – Catwoman e un DeVito – Pinguino), oppure Big Fish, Nightmare Before Christmas (di cui Burton è produttore e sceneggiatore), Edward Mani di Forbice, Sleepy Hollow?
Burton ha saputo regalare al cinema perle che solo i più grandi hanno saputo portare sullo schermo. Quando si è saputo che il regista era all’opera sul rifacimento di Alice nel Paese delle Meraviglie di Carroll, sembrava quasi che Tim avesse deciso di invitare il pubblico direttamente a casa sua, per mostrarcela in ogni suo soprammobile, in ogni sua nicchia, in ogni suo segreto. Perché sapere Tim Burton prepararsi a mostrare la sua Wonderland era come sapere due tangheri prepararsi a ballare La Cumparsita. Un successo annunciato.

A questo punto devo ammettere la mia ignoranza totale in materia di Alice fino a pochi giorni fa. La settimana scorsa, per l’appunto, ho scoperto che a 100 metri da casa mia è nata una libreria piccola piccola, grande pressappoco come una sala da pranzo, ma di quelle in cui hai almeno un inventario di libri dal quale puoi estrapolare qualcosa senza essere sommerso dai colori e dai riflessi delle copertine lucide sotto gli orrendi tubi fluorescenti.

E tra questi pochi libri non-accecanti ho trovato Alice

Burton più Carroll uguale Estasi (?!?)

Ok, forse sono partito con troppa attesa e troppa eccitazione, ma effettivamente la campagna pubblicitaria del film non è stata affatto clemente con la mia aspettativa e curiosità: cartelloni sempre più grandi ed insistenti, su quanto fosse bello il Cappellaio Matto, fiero lo sguardo di Alice, strabiliante la visione del film in 3D. Ma in verità mi trovo di fronte ad un prodotto che mi ha spiazzato, sinceramente colpito ma non nei punti dove me lo aspettavo.
Il film è un sequel e non un rimaneggiamento di Alice nel Paese delle Meraviglie e del suo secondo Attraverso lo Specchio e quel che Alice vi trovò, e descrive una Alice diciannovenne durante la sua festa di fidanzamento – a sorpresa! – con uno sfigatissimo lord inglese afflitto da problemi di stomaco. Alice scappa dalla scena nel momento in cui viene chiesta la sua mano e segue il Coniglio Bianco fino alla sua tana, che si rivelerà, come nel libro, essere l’ingresso al Paese delle Meraviglie (Sottomondo per gli abitanti del luogo). Già dai primi fotogrammi si notano le differenze di spazio, tempo, e della loro sintesi di dimensione spazio-tempo tra la favola di Carroll e il film di Burton: emblematica è la discesa nel Sottomondo, che nel testo appare e viene sottolineata come morbida, lieve, onirica, mentre nel film è presentata come una scena di Mission Impossible, veloce da fare paura e svolta in un 3D (tra le altre cose) che confrontato con quello dell’Avatar di Cameron crea un effetto piuttosto fastidioso e posticcio. La trama del film cerca successivamente di dare spiegazioni a questo cambio di registro, ma alla fine lascia la querelle sulla differenza tra sogno e realtà abbastanza monca. Per i successivi dieci minuti si gode di una trasposizione perfetta del libro di Carroll, anche se posta di tredici anni più avanti rispetto al racconto originale. Fine. A questo punto il film prende tutta un’altra piega e diviene un’opera commerciale Quello che avevo apprezzato nel libro di Carroll era maggiormente la perdita di tempo attorno al nulla, al non-senso che i personaggi srotolavano riguardo ad ogni argomento, creando dibattiti e dispute senza capo né coda, nella maggior parte dei casi con discorsi sgrammaticati e assurdi, che nel film vengono solo accennati o rimaneggiati affinché possano essere dati in pasto al pubblico odierno, che ha fame di logica e di completezza. Tutto ciò che aveva cuore nella fiaba originale è riproposto, un po’ sfibrato, da Burton, in un film che è sicuramente ben riuscito a livello visivo (eccellente se non esistesse Avatar di Cameron, che di fatto ha globalmente ridefinito gli standard di qualità grafica spingendo non poco verso l’alto), e che sa afferrare cosa può piacere ad un pubblico moderno del racconto originale. Burton fa il suo lavoro di regista, lo fa bene – il film colpisce per originalità e varietà di ambienti e situazioni – ma semplicemente non pensavo che Tim facesse… QUESTO lavoro.

Alice nel Paese delle Meraviglie, mi rendo conto stasera, è figlia di un tempo antico, in cui le fiabe erano effettivamente fiabe e non film d’azione mascherati da fiabe, in cui le cose succedevano senza un perché e le relazioni di causa ed effetto non erano marcate come in una catena di contingenza, e servivano per far addormentare i bambini e non sprigionare adrenalina. Probabilmente la catastrofe che vedo io è solo progresso, e a 22 anni mi sento un vecchio.

Tirando le somme, che stentano ad arrivare, alla fine di questo viaggio nel mondo di Alice e di Tim, questa è una buona pellicola, ma non è il capolavoro annunciato e percepito nei primi momenti in cui sono trapelate notizie sul progetto.