Avatar, riflessioni in libertà

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Avatar, il capolavoro di James Cameron campione di incassi, ha rivoluzionato il cinema. Vero e falso. Vero perché ha spostato gli standard qualitativi dell’immagine a livelli altissimi, e introdotto un concetto di visione 3D differente da quello in voga nei decenni degli occhialini con lenti rosse e blu; falso perché ciò che ha proposto Avatar non si adatta ad altri generi di film, come ad esempio il drammatico. Diciamo quindi che Avatar più che aver rivoluzionato il cinema ha definito nuove regole per la realizzazione di certe tipologie di film, che nella fattispecie utilizzano una sostanziosa dose di computer grafica oppure prevedono scene frenetiche in cui il 3D può immergere lo spettatore nell’atmosfera della pellicola. Sicuramente Avatar è un’esperienza che sbalordisce per l’intensità degli stimoli visivi offerti, ed è allo stesso tempo una manna dal cielo per l’industria cinematografica assediata ogni giorno più ferocemente dalla pirateria. Secondo questo schema, si spiega anche come Avatar possa essere il campione di incassi assoluto della storia del cinema, surclassando un altro – e a mio parere più massiccio – fenomeno di costume di nome Titanic (campione di incassi uscito nel 1997).
Quello che lascia sinceramente perplessi è il futuro di questo modo di intendere il cinema: sarà pur vero che l’esperienza 3D è incredibilmente più totalizzante rispetto alla classica visione, ma è anche vero che già i colossi dell’elettronica stanno mettendo a punto i primi televisori 3D per il pubblico. Probabilmente sarà una trasformazione lenta e costosa, o forse un buco nell’acqua. Ma sicuramente il mondo del cinema da sala sta vivendo un importante e delicato bivio della sua storia: affidarsi al 3D o trovare un’altra ancora di salvezza. Staremo a vedere.