POLAVENO – Cittadini che hanno fatto la storia

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Il gelo della Russia durante la guerra nel 1941, il rapporto di sudditanza con i fascisti e la detenzione nel campo di concentramento di Altenburg, in Germania, lavorando dodici ore al giorno con temperature anche fino a cinquanta gradi sotto lo zero. E’ andato indietro nella storia di sessantacinque anni, quella della seconda guerra mondiale e della scarsa sopravvivenza, Paolo Palini, classe 1918 e nato a San Giovanni di Polaveno l’11 ottobre, ma residente da più di mezzo secolo a Lumezzane. Per tenere allenata la mente e non dimenticare ciò che ha passato, l’ancora arzillo 91enne conserva e aggiorna un piccolo diario di guerra in cui annota tutto quello che gli è successo. Le sue parole sono integrate anche dai film storici che la televisione trasmette spesso e che portano Palini a pensare quello che ha dovuto affrontare. Chiamato per il servizio di leva il 3 giugno del 1938, non ancora ventenne, la prima esperienza è stata con l’alleato tedesco in Francia, terra di conquiste naziste durante il secondo conflitto mondiale. Il suo ruolo era quello di cavaliere. «Tutti in questa zona, visto che siamo in montagna – rivela Palini – erano abituati alle vette ripide e avrebbero preferito fare gli alpini. Ma io – ha continuato – avevo il cavallo, ho rifiutato la penna nera e detto sì al cavaliere. Sono stato uno dei pochi». Il corpo militare di riferimento era il «3° celere Artiglieria Cavallo» della sezione di Baggio, in provincia di Milano. La missione francese è stata un lampo, vista la facile conquista da parte dei tedeschi e, nell’ambito della squadra CSIR, il corpo italiano inviato in Russia, Palini venne trasferito prima a Fiume e poi, in vista del conflitto in terra sovietica, in Romania. Lo scoppio della guerra sul fronte orientale, nel 1941, l’ha portato fino al fiume Don, attraversando la Croazia, l’Ungheria e l’Ucraina. E qui, fermi sul fronte per dodici giorni, in attesa della mossa avversaria. Poi l’anziano d’adozione valgobbina racconta la sostituzione da parte degli alpini e la sua partenza per l’Italia, da Rostov, per la licenza matrimoniale. Dopo un viaggio massacrante in treno durato ventotto giorni, arriva a Vipiteno, nel Trentino, da dove i soldati venivano rispediti nelle loro abitazioni. Per Palini, però, la destinazione fu l’ospedale militare di Baggio, dove avrebbe trascorso quaranta giorni di convalescenza per il congelamento delle gambe. Inizierà qui la seconda esperienza dell’attuale 91enne, nella primavera del ‘43 preso dai repubblicani e deportato nel campo di concentramento sotterraneo di Altenburg, a pochi chilometri da Dresda. E’ anche questa un’altra testimonianza fatta di sofferenze fisiche e mentali. Costretti a lavorare alla produzione di proiettili e fucili in due turni di dodici ore ciascuno, giorno e notte, per avere un pezzo di pane alla settimana, i prigionieri dovevano perfino controllare i numeri produttivi. La spossatezza avrebbe colpito tutti, ma la resistenza doveva essere alta. La punizione per chi si stancava, infatti, era la camera a gas. E il protagonista di questa storia ha visto tante persone morire nell’indifferenza generale. Unico punto di riferimento per Palini era una ragazza di Gorizia, informata su tutto quello che gli alleati (americani e inglesi) stavano facendo. La libertà venne raggiunta il 30 luglio del ’45, quando gli statunitensi riuscirono a trovare il campo di prigionia e a demolirlo. E’ ancora nelle mani di Paolo Palini, in questo senso, la tessera rosa rilasciata dagli alleati come identificazione per ricevere il cibo. Quasi due mesi dopo, il 27 settembre, venne congedato, ma sarà costretto a lavorare per diversi anni nelle miniere in Belgio per guadagnarsi da vivere. Dopo sessantacinque anni da quei tragici avvenimenti, oggi Palini è un arzillo 91enne, premiato con la medaglia del reggimento (scomparso nel 1976) e con quella al valore di guerra rilasciata dal re Vittorio Emanuele III. La sua testimonianza è fondamentale, visto che nel corpo militare di appartenenza è rimasto l’unico per la provincia bresciana. Il suo ricordo, però, va anche all’amico e collega Davide Gasparini, di Idro, morto poco tempo fa. Oggi Paolo Palini vive nella sua residenza in via Bezzecca, a Piatucco, sostenuto dai due figli.