Marzo è il mese del grande silenzio e della grande solitudine. Il mese del giorno della morte del figlio di Dio. Giorno di silenzio e di buio, come emerge dalla narrazione del Vangelo

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di Effepi
Mentre mi accingo a stendere queste righe sento un’aria fredda filtrare dalle fessure di porte e finestre.Spero che quando questi pochi pensieri arriveranno nelle vostre mani, il tempo sia un po’ più clemente.Il mese di Marzo è tutto occupato dalla Quaresima. Le domeniche di Quaresima sono tappe che ci portano alla meta; giorno dopo giorno ci avviciniamo all’evento pasquale. E’ il mese del giorno del grande silenzio e solitudine, il giorno della morte del figlio di Dio; giorno di silenzio e di buio come emerge dalla scarna narrazione della passione di Gesù, come leggiamo nel Vangelo. Tutto sembra sospeso. Scomparsa la folla che lo seguiva, folla che pochi giorni prima cantava l’Osanna al figlio di Davide, quindi ad un re, ne chiede la morte: Crocifiggilo. Spenta la luce dei miracoli, poi Cristo stesso sembra volersi eclissare. Dopo la terribile flagellazione romana, gli insulti, le burla dei soldati, la corona di spine, gli sputi e le percosse a cui fa seguito la sentenza: “Ibis in crucem” (andrai sulla croce) l’infamante supplizio degli schiavi, dei non romani, il condannato era letteralmente consegnato ai soldati, ai carnefici. Da quel momento nessun diritto, legale o umano, era riservato al condannato, non era più un essere umano, ma una “res”, una “cosa”. Il corpo e la mente del condannato venivano travolti da una serie di azioni violente ben collaudate. Venivano strappate le vesti, solo in ambiente come quello ebraico gli si lasciava un perizoma, il resto doveva restare nudo ben esposto alle sferzate. Di fronte a questo dramma il Signore diviene irriconoscibile, e noi vediamo ciò che vide il profeta Isaia: “….non aveva figura né splendore per attirare i nostri sguardi…..disprezzato, ripudiato dagli uomini, uomo dei dolori, conoscitore della sofferenza……” (Is. 53, 2-3). Nell’ultima Cena il Signore ci lascia il suo Testamento: “il mio comandamento è questo: amatevi come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv. 15, 12-13). In quel Venerdì il Signore vive nel modo più completo questo atto d’amore, non solo per i discepoli, che chiama amici, ma anche per ognuno di noi perché sulla Croce riapre la porta del dialogo tra Dio e l’uomo. Nel sangue che scivola sul legno della Croce sta la “preziosità” dell’amore di Cristo che si offre, ed è l’amore che fa “il prezzo del sangue” e che salva. E’ lo stesso sangue del Signore Gesù che iniziò il suo cammino nel Calice del Giovedì Santo – “per sancire nel sangue” – un “tempo nuovo” (cfr. 1 Pt 1, 18-19; Ef 2, 12-13). Lo stesso sangue bagnerà la terra del Getsemani, il “lastricato” del pretorio (il “Litostroto” – cfr. Gv. 19,13), bagnerà la strada per il Calvario e il Calvario diverrà il vero “campo del sangue” l’Hacèldama (cfr. Mt 27, 6-8; At 1,19) dove conveniva che un uomo solo morisse per il popolo (Gv. 18,14) e non per il popolo solo, ma perché tutti i figli di Dio divenissero “unità” (Gv. 11, 50-52) nell’amore perché Dio ci ha amati tanto, “da dare il suo Figlio Unigenito affinché chiunque crede in Lui non perisca ma abbia la vita eterna” (Gv. 3,16). “Non perisca…” tuttavia è stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta…(Eb 9,27) e l’altra dura sentenza che il profeta Samuele rivolge a Saul: -” domani tu e tuo figlio morirete” (1° Sam. 28,19). La morte di Cristo ci pone di fronte alla nostra morte, il grosso enigma della nostra vita. La morte è sempre una rottura, una violenza, noi siamo fatti per la vita non per la morte. Eppure ogni giorno vediamo la morte passeggiare sulle nostre strade ed anche noi ogni giorno lasciamo alle spalle un frammento di vita. Allora dobbiamo essere capaci di non chiudere gli occhi di fronte a questo enigma, ma prendere in mano la sofferenza che ci procura e consegnarla alla speranza. Questo non è possibile senza una fede forte nella risurrezione. Solo chi crede a un “dopo” la morte non sarà un salto nel “nulla” ma la porta stretta di una rinascita. La Pasqua ormai vicina diverrà il momento in cui seminiamo speranza che ci aiuta a capire che al di là della rottura del morire c’è “la beata speranza” della risurrezione (Tt 2,13; 1° Pt 1,13). “Sepolti con Cristo, risorti con Cristo” (Col. 2,12).