L’America scopre le BCC

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di Beppe Mattei

Il venerdi 12 ottobre 1492 l’italiano Cristoforo Colombo a bordo della caravella Santa Maria, con il suo equipaggio, approdava su una piccola isola dell’arcipelago Bahama, nell’America centrale, chiamata in lingua locale Guanahani e ribattezzata dal capitano genovese San Salvador. Di fatto Cristoforo Colombo, inconsapevolmente, aveva scoperto l’America.

Oggi nel 2010 il presidente degli Stati Uniti Barak Obam,a a seguito della crisi internazionale, ha invece scoperto l’importanza e il ruolo fondamentale delle piccole banche locali legate al territorio che in Italia rispondono al nome di Bcc. Il presidente americano ha recentemente, più volte, tuonato contro le grandi banche colpevoli di avere generato la crisi finanziaria più grave che si ricordi a memoria d’uomo. Troppo grandi per fallire. Il governo americano è dovuto quindi scendere in campo per propiziare il salvataggio di alcuni colossi dai piedi d’argilla con sostanziose iniezioni di capitale pubblico che, come un macigno, ora pesa e peserà nei prossimi anni sui contribuenti. In questi giorni, oltre oceano, alcune associazioni di consumatori coaudivate da noti personaggi della musica e dello spettacolo hanno promosso campagne per convincere i risparmiatori a spostare i depositi dalle grandi banche alle “comunity banks”, le banche locali americane corrispondente delle nostrane Bcc. Le comunity banks sono piccole banche locali che raccolgono i depositi e li investono esclusivamente sul proprio territorio di riferimento, concedendo affidamenti e finanziamenti a famiglie a piccole imprese. Sono banche tradizionali, solide e, in genere, con buoni margini di profitto. Quando lo scorso 21 gennaio Barak Obama ha annunciato al mondo economico finanziario l’imminente introduzione di maggiori controlli sul sistema bancario americano, con la finalità di ridurre il fenomeno della speculazione e le dimensioni delle banche, probabilmente pensava alle banche locali come modello virtuoso che ha dimostrato alla prova dei fatti di essere poco esposto alla crisi finanziaria. Crisi generata dagli eccessi della finanza creativa (leggasi mutui sub prime) che ha contagiato i giganti del credito e tramite questi, purtroppo, l’economia reale di casa nostra. In effetti il problema delle dimensioni raggiunte, in taluni casi, dai maggiori istituti di credito è un tema di dibattito e di riflessione anche nel mondo politico ed economico anche in Europa e in Italia. Paradossalmente la concentrazione dei rischi, ovvero il cumulo di affidamenti concessi ad un unico cliente e/o gruppo giuridico o a favore di più soggetti tuttavia appartenenti al medesimo settore economico, è per certi aspetti più preoccupante nei grandi istituti più che nei piccoli. La globalizzazione mondiale, in particolare dell’economia, ha partorito a sua volta una globalizzazione dei rischi che ha ormai da tempo superato il valore della crescita dell’economia reale. In Irlanda gli attivi delle banche valgono sette volte il PIL nazionale. In Svizzera gli attivi del sistema bancario pesano sei volte la ricchezza nazionale. In Francia il solo Credit Agricole è al 76% del PIL francese. Essere grandi, va detto, non è necessariamente sinonimo di fragilità, tuttavia la crisi internazionale ha dimostrato che le grandi banche hanno avuto bisogno dell’intervento pubblico dello Stato per tranquillizzare i depositanti e le controparti bancarie. Dopo anni di bilanci bancari vertiginosi e di redditività stratosferiche derivanti perlopiù dalla finanza che non dal margine di interesse le banche hanno dovuto ritornare al sistema tradizionale di fare credito. Il banchiere accorto da sempre sa che non può impiegare più di quello che raccoglie e sa che per garantire la stabilità e l’efficienza della banca deve possedere un patrimonio adeguato che possa garantire la copertura di perdite preventivabili e possibilmente anche di quelle impreviste. Deve, il banchiere tradizionale, far crescere le masse amministrate coerentemente alla crescita del patrimonio, assumendo i rischi sostenibili alla dimensione volta per volta raggiunta. Questo deve fare una banca tradizionale, questo è il compito di una banca locale, questo è l’operato a cui si attengono le Bcc. Le Bcc che nella propria attività non hanno tradito le aspettative del territorio, delle famiglie e delle imprese e nel pieno della crisi si sono fatte trovate pronte a rispondere alle richieste di credito provenienti dal tessuto nevralgico del nostro sistema Paese. Mentre le grandi banche sono state negli ultimi anni prima impegnate in operazioni di ristrutturazione,aggregazione e fusione e in seguito si sono dovute preoccupare dei propri ratios patrimoniali, le Bcc, grazie al patrimonio consolidato negli anni e all’assenza negli attivi di titoli tossici, hanno continuato a sostenere l’economia reale fornendo alle famiglie e alle piccole imprese (sia chiaro meritevoli di credito) i mezzi finanziari necessari ad affrontare le avversità. Anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, presidente del Financial Stabiluty Board (FSB), ha affermato in più occasione che senza la presenza di una pluralità di piccole banche, l’offerta di credito alle piccole e medie imprese sarebbe stata in questa fase maggiormente restrittiva. Va poi rilevato che le Bcc italiane hanno negli anni saputo costruire e progressivamente rafforzare un valido ed efficace “sistema a rete” attraverso il quale le piccole banche si sono potute dotare di società si servizio e fabbriche di prodotto che hanno contribuito a rendere ogni piccola banca del network Bcc in grado di competere su tutti i livelli con le banche maggiormente dimensionate.

Oggi il credito cooperativo italiano a raggiunto a livello aggregato una quota di mercato per masse amministrate, numero di sportelli e patrimonio tale da porre il sistema delle Bcc al terzo posto in Italia subito dopo i due più grandi Gruppi bancari. Il Presidente di Federasse Alessandro Azzi, che in ragione del peso e del ruolo strategico acquisito dalle Bcc non a caso ricopre anche l’incarico di vice presidente dell’ABI, afferma che “fare rete non è solo una moderna soluzione organizzativa, ma un metodo per affrontare la competizione e per essere promotori di sviluppo”. Il ruolo e la vera sfida della banche locali ora è quello di sapere rimanere se stesse, ovvero continuare a fare con umiltà e professionalità la banca del territorio, rifuggendo da desideri di crescita smisurata e fuori dalle proprie aree di radicamento. Solo in questo modo le banche locali potranno continuare ad essere un valore aggiunto per l’economia reale fatta da famiglie e piccole e medie imprese. Da oggi con un sostenitore autorevole in più a proprio favore come Barak Obama.