Erano i "roventi" anni ottanta

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Erano i roventi anni ottanta. Roventi perché i giovani erano giovani pieni di idee, amanti della natura, delle ragazze (moderatamente), della vita libera e ‘anarchica’ offerta dai nostri monti e non occupavano certo il loro tempo a stirare il frak ai pinguini.. Anni roventi anche perché, purtroppo, i monti della Val Trompia svilupparono la propensione a imitare i vulcani in eruzione. In altri termini in quegli anni gli incendi boschivi assunsero una frequenza impressionante.

I nostri esuberanti giovani, naturalmente, non potevano stare a guardare e cominciano ad andare per monti a spegnere fuochi. Un po’ con l’aiuto della Comunità Montana un po’ arrangiandosi costituirono il primo nucleo operativo antincendio. Sono passati vent’anni e, organizzata una cena ad opera di Gianbattista che il fuoco lo sa usare con fantasioso e lussureggiante raziocinio, si parla della situazione, passata e presente, del Gruppo Antincendio. Attualmente il Gruppo è formato da una ventina di volontari che comprendono tre capisquadra: Mario Turrini, Gianbattista Galvani (che è ufficiosamente anche il capocuoco) e Claudio Tamponi. Una squadra è formata da almeno tre volontari: due che portano le nuvole (le nuvole sono quegli aggeggi che constano di un motore spalleggiabile e di un tubo dal quale esce l’aria forzata creata dal motore e che serve a contrastare l’avanzata del fuoco, soprattutto nelle zone erbose e nel sottobosco) e uno che porta la benzina (candidato a diventare un uomo-razzo se non sta attento).

Roventi quegli anni ottanta per gli impavidi volontari e il buon vino e l’ottimo cibo oliano e alimentano la macchina dei ricordi.

Millenovecentoottantotto, incendio in valle di Inzino. Due volontari seguono il fronte alto dell’incendio. Per due giorni vagano nell’inferno combattendo fuoco e fumo, senza mangiare. Capitano nella cascina semiabbandonata di Val della Lana, una delle convalli della valle di Inzino selvaggia e pochissimo visitata dagli escursionisti. Lì trovano, incredibilmente, latte e farina, probabilmente dimenticati da una pattuglia esplorativa di Galli Cenomani. Si mangia una polenta e latte storica, in tutti i sensi.

Duemila, Caregno: su una stretta cengia un volontario, con una ‘nuvola’ in spalla, sta spegnendo il fronte del fuoco. All’improvviso uno spallaccio della ‘nuvola’ si rompe, il volontario perde l’equilibrio e precipita di sotto per una decina di metri. Per fortuna un alto faggio ferma la caduta e il volontario si ferma alla base della pianta conciato un po’ come San Sebastiano dopo il martirio a causa degli spuntoni appuntiti dei rami ma senza traumi rilevanti.

Duemilasette, incendio di Lodrino. Due volontari si ritrovano soli e circondati dal fuoco. Riescono a fatica ad aprirsi un breccia e risalgono il pendio opposto all’incendio. Il vento bastardo tuttavia spinge il fumo che avvolge i volontari; semisoffocati, i nostri due eroi, trovano un provvidenziale avvallamento del terreno nel quale si stendono. Ripreso fiato riescono, dando fondo alle ultime forze, a valicare il crinale e a raggiungere l’aria libera.

Raccontati così questi fatti paiono semplici avventure, ma sono contesti che hanno rasentato la tragedia. E pensare che sono tutti incendi provocati da mano umana, dolosi (appiccati apposta) o colposi (innescati per sbadataggine).

Allo stato attuale il Gruppo Antincendio vive grazie soprattutto alla buona volontà di coloro che lo compongono: si occupano della manutenzione del materiale, dedicano giornate di lavoro allo spegnimento degli incendi e tengono vivo un gruppo che, senza i necessari ricambi e finanziamenti, scomparirebbe lasciando i nostri monti nelle mani di quei pirla infernali che godono della distruzione dei boschi.