VALTROMPIA – Elezioni: esiste ancora il bene comune?

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di Pia Grazioli

Le elezioni per il rinnovo del consiglio regionale sono state precedute da una travagliata vicenda che ha escluso, come tutti sanno, il Pdl dalle liste in Lazio, mentre è stato riammesso in Lombardia, gia’ governata dal centro destra e regione roccaforte del Popolo delle Liberta’ e dei partiti alleati. Sulla queAstione abbiamo voluto sentire la voce, a livello locale, di una figura di spicco del partito democratico, attualmente defilato dalla vita amministrativa lumezzanese e valtrumplina, ma non certamente estraneo alla politica. L’opinione di Silvano Corli. Docente di psicologia sociale della famiglia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, direttore del Consultorio Diocesano di Brescia, già presidente della Comunità montana della Valtrompia dal 2000 al 2003 e sindaco di Lumezzane dal 2004 al 2009 Le elezioni regionali 2010, sono state contraddistinte da colpi di scena ed esclusioni “eccellenti”. Cosa ne pensa? Credo sia evidente a tutti che sono stati compiuti errori di non poco conto nella presentazione delle liste. Vi è stata superficialità, scarso rispetto delle regole stabilite per garantire imparzialità e uguaglianza in un passaggio fondamentale di una democrazia come quello delle elezioni. Le regole che guidano la nostra vita civile non possono essere modificate a piacimento per interessi di parte o solo perché si dispone della forza dei numeri. Zagrebelski ci ha ricordato che se qualcuno non ha rispettato le regole, l’esclusione non è dovuta alla legge ma al suo mancato rispetto. È ovvio che la più ampia “offerta elettorale” è un bene per la democrazia. Ma se qualcuno, per colpa sua, non garantisce questa offerta elettorale bisogna prendersela non con la legge ma con chi ha sbagliato. Rischiamo oggi di perdere il significato della Legge. Se le leggi vengono piegate a interessi di parte, perché chi dispone della forza dei numeri ritiene di poterle piegare a fini propri, si pone a rischio il patto sociale che è a fondamento del nostro vivere civile, del nostro essere popolo. Lei ritiene che nulla si sarebbe potuto fare per garantire rappresentanza e voto ad un più ampio numero di cittadini? E’ evidente che quanto si è verificato in queste settimane costituisce un’anomalia di grande rilievo con pesanti ricadute sulla fiducia dei cittadini nella politica e, qualora non si individuassero possibili rimedi, con effetti anche sulla governabilità di alcune regioni. Ci si ritroverebbe con organi istituzionali che non rappresentano la realtà. Non è pensabile giocare una partita senza l’altra squadra in campo. L’obiettivo di far votare tutti, di garantire la più ampia rappresentanza delle forze politiche, di non escludere una grande massa di elettori è un obiettivo giusto e da perseguire. Ma questo obiettivo non può essere realizzato attraverso la prepotenza della forza e il disprezzo delle regole. A suo giudizio quale strada si doveva percorrere in una simile situazione? Lo scenario che si è determinato è di grande complessità e di difficile soluzione anche sul piano legislativo. Il decreto approvato dal governo, le decisioni del TAR che lo ritengono inapplicabile, la tensione tra i poteri dello Stato documentano questa difficoltà. L’unica strada che vedo praticabile, e che è stata auspicata anche da alcuni esponenti della politica, è quella della collaborazione tra maggioranza e opposizione. Dinnanzi al riconoscimento delle forze di maggioranza di aver sbagliato per dissidi interni o per sciatteria (senza tirare in ballo formalismi inutili o pesantezze burocratiche che comunque chi è chiamato a legiferare ha il dovere di rimuovere nei tempi e nei modi opportuni e non a partita iniziata), il dialogo tra maggioranza e opposizione doveva attivarsi per garantire a tutti i cittadini il diritto fondamentale in una democrazia. Massimo Franco sul Corriere della Sera scriveva alcuni giorni fa che ciò che ci deve preoccupare oggi è il vuoto che accomuna gli schieramenti e la difficoltà a trovare un baricentro che rassicuri l’opinione pubblica. Anche a me pare assente dall’orizzonte questo comune sentire, l’idea di un bene comune che è di tutti o è di nessuno, che dovrebbe offrire a tutti punti di ancoraggio nei momenti di maggiore difficoltà per non rischiare di disperdere importanti conquiste del nostro vivere civile. Chi governa un Paese ha la maggiore responsabilità nel promuovere questa idea e questo incontro o nel ritenersi sempre e comunque autosufficiente. In questa situazione chi sarà maggiormente penalizzato e chi trarrà vantaggi? Non so chi trarrà vantaggi. So che rischia di essere penalizzata la nostra democrazia, il patto che ci lega gli uni agli altri, l’idea di politica come costruzione del bene comune. Se in questi giorni abbiamo dovuto inseguire questi problemi e abbiamo sentito parlare poco di programmi e di come andare incontro ai problemi quotidiani delle famiglie, dei lavoratori, delle imprese, dei giovani, degli anziani è il segno di una debolezza della politica che esige nuove prospettive. Pia Grazioli