Contro la crisi banche a dimensione umana come le Bcc

0

Ogni crisi di natura finanziaria o economica, è diversa da qualsiasi altra che l’abbia preceduta. La ragione è da ricercarsi nel fatto che ogni volta si corre ai ripari ponendo rimedio alle cause che hanno generato la crisi contingente, ma tendenzialmente nessuno riesce a prevedere quali saranno i fattori scatenanti che determineranno la successiva. Anche nel caso attuale della vasta e profonda crisi che ha colpito il sistema economico-finanziario mondiale e dalla quale, a fatica, si intravedono i primi segnali di ripresa, si discute e si lavora a nuove innovazioni normative che possano ridurre i fattori di rischio e prevenire le cause che hanno determinato la crisi e che possano impedire per futuro un disastro simile a quello recentemente sperimentato. Al momento tuttavia, in assenza di nuove norme, è interessante seguire le varie interpretazioni che si vanno accumulando sull’origine e sulla natura della crisi Una considerazione particolare meritano quelle che indicano nella dimensione raggiunta dalle banche uno dei fattori genetici della degenerazione della finanza che ha determinato la crisi in atto.

La tesi argomenta che la totale liberalizzazione del movimento dei capitali, risolvendosi nella creazione di un unico mercato mondiale dei servizi bancari e finanziari, ha spinto le imprese bancarie e finanziarie, per competere su scala globale, ad accrescere progressivamente le proprie dimensioni in proporzione. Una conseguenza di questa crescita è che si sono formate banche il cui attivo in qualche caso (vedasi Irlanda) ha raggiunto e superato il Pil del Paese di origine, acquisendo una dimensione spropositata rispetto al sistema economico dal quale e per il quale erano nate. Banche che ad un certo punto, per le dimensioni acquisite, non potevano più fallire per le stesse ragioni per le quali non può fallire uno Stato. In Italia al momento non ci sono banche che presentano bilanci superiori a quelli dello Stato. Ciò nondimeno il problema delle dimensioni di alcune banche e della loro “potenza” relativa è stato posto. Il ministro dell’Economia ha recentemente affermato che le banche maggiori in Italia hanno raggiunto dimensioni tali da poter generare in potenziale conflitto tra il loro operato e la politica monetaria e finanziaria del governo. Indipendentemente dal merito la critica deve essere considerata almeno per due motivi. Il primo è il suo carattere contraddittorio essendo stata formulata da un ministro che in passato entrò in vivace polemica con il precedente Governatore della Banca d’Italia proprio perché quest’ultimo si opponeva, per motivi di salvaguardia della pluralità e concorrenza del sistema bancario, a concentrazioni, fusioni ed aggregazioni che portassero alla formazione di banche molto grandi in rapporto non solo alla dimensione, ma anche alla struttura di piccole e medie imprese che caratterizza il nostro sistema economico e produttivo. Il secondo motivo è che, nella misura in cui la critica è fondata, si conferma la particolarità validità, nel nostro sistema Paese più che in altri, della radicata presenza di banche locali e territoriali la cui attenzione verso i problemi oggettivi e concreti delle imprese rappresenti ancora il core business e la centralità del loro operato, quest’ultimo non distratto della finanza internazionale e dalle sofisticazioni finanziarie che la scala di operatività globale hanno comportato. Non è un caso se la crisi finanziaria prima, e la crisi economica delle imprese e delle famiglie poi, abbiano posto in evidenza la maggior capacità e propensione delle banche a dimensione “umana” di assistere l’intero tessuto di imprese piccole e medie proprio nelle fasi di maggiore difficoltà, quando diventa essenziale saper individuare e distinguere in ogni impresa la presenza di un potenziale di recupero ed espansione e quindi concorrere con la corretta concessione del credito alla realizzazione di detto potenziale. Le grandi banche nel pieno della crisi hanno dovuto far fronte alle proprie debolezze patrimoniali, fortemente minate dalla presenza negli attivi di titoli tossici (vedasi i mutui sub prime) e conseguentemente hanno dovuto stringere i cordoni dl credito, chiedendo da un lato tempestivi ed indiscriminati rientri e dall’altro negando, sempre indiscriminatamente nuove richieste di affidamento. Le testimonianze di imprenditori ed artigiani in questa direzione sono innumerevoli e hanno contribuito a riaccendere l’attenzione dell’opinione pubblica, del mondo accademico, politico, scientifico, sui temi della finanza etica, della responsabilità sociale, della microfinanza, dell’inclusione finanziaria. Le Banche di Credito Cooperativo (BCC) sono un esempio positivo di come la solidità dei valori della cooperazione, della solidarietà, della sussidiarietà e della prossimità possano aiutare la collettività a superare momenti particolarmente difficili. Già nel 1950 l’allora Governatore della Banca d’Italia Menichella, in un discorso tenuto in occasione di un convegno nazionale delle Casse Rurali ed Aritigiane, affermava con lungimiranza: “I capitali potranno anche essere forniti da grandi organizzazioni e da istituzioni speciali, ma dovranno essere soprattutto forniti da istituzioni piccole, periferiche, che vivono accanto ad ogni piccolo proprietario, che vivono della sua stessa vita, che abbiano le sue stesse ansie, che abbiano la sua stessa fiducia e le sue stesse certezze, giacchè chi sta lontano non riesce ad apprezzare la natura del bisogno e la serietà del bisogno”. Prima della crisi albergava nelle sfere politiche e nelle autorità monetarie la cultura secondo la quale solo l’internazionalizzazione, la sofisticazione finanziaria, la capacità di fare tutto ed in qualsiasi parte del mondo, avrebbe consentito alle banche di stare al passo con i tempi accompagnando il sistema economico-finanziario verso un continuo sviluppo. Si è visto, purtroppo, alla prova dei fatti che questo “pensiero unico” ha determinato più danni che vantaggi. Ora nell’attesa che vengano a breve concertate ed emanate, dalle autorità competenti, normative che possano prevenire future crisi, questa crisi ha quantomeno permesso di toccare con mano l’insostituibile ruolo che le banche minori, locali e territoriali svolgono anche nel nostro mondo globalizzato del XXI secolo, e questa rinnovata consapevolezza rappresenta comunque un portato culturale positivo di questa crisi.